Le Soleil, Paris

Due biografie e un unico viaggio per immagini, suoni, parole. Paris 1971. Jim Morrison orfano di rock’n’roll, ma non immobile ai nostri occhi. Le soleil quitte ces bords. Arthur Rimbaud ammutolito, a diciannove anni, ma risoluto nella sua ricerca. Immagini di Manuel Baldini e Fabio Ferrando; musica degli eroma; testi di Jim Morrison ed Arthur Rimbaud tradotti da Marco Cavalli ed interpretati da Valentina Brusaferro e Gianfranco Trappolin.

Jim Morrison e Arthur Rimbaud: due folgori che hanno solcato il cielo immobile dei rispettivi linguaggi artistici squarciandolo e rischiarandolo di una luce violenta e definitiva. Dopo di loro la poesia e il rock non sono più stati gli stessi. Ma anche due artisti della vita, abituati a cibarsi di se stessi, a scrivere sentenze definitive e a inciderle sulla loro stessa pelle. Due suscitatori di miti che si sono scagliati a testa bassa contro i miti del loro tempo. Due sradicati che hanno concepito l‟esistenza come un vagabondaggio senza sosta e senza meta. Insofferenti di ogni identità stantia, diffidenti verso le corsie preferenziali offerte dal successo, insensibili alla stanchezza e alla disperazione, allenati alla solitudine, Rimbaud e Morrison continuano a camminare, a dirigersi verso di noi costringendoci a mutare incessantemente posizione, ad aggiustare il tiro e il giudizio nei loro confronti e nei confronti delle nostre certezze a in materia di vita e di arte.

Marco Cavalli (Teatro Busnelli di Dueville (VI) – Sabato 19 aprile 2008)

Video promo a cura di Fabio Ferrando

Alcuni testi tradotti da Marco Cavalli:

Sensèscen (Sensation, 1870 A. Rimbaud))
Nell‟azzurro delle sere d‟estate
me ne andrò per sentieri,
tra i pizzicotti delle spighe,
a far frusciare l‟erba molle.
Che è fresca me lo diranno i piedi.
La testa per aria, nuda, penserà
il vento a rinfrescarla.
Non un pensiero, non una parola.
L‟amore, infinito, mi zampillerà
in petto, e io me ne andrò lontano,
ma proprio lontano, nella Natura,
come uno zingaro – felice come
se stessi andando in camporella.

Il Cuore Rivoltato (A. Rimbaud)
Sbava a poppa il mio cuore mesto,
il mio cuore catramato di fresco.
È tutto uno schizzo di broda
Il mio cuore mesto che sbava a poppa.
Schiamazza la truppa e sghignazza
E ai suoi tiri invero del cazzo
Sbava a poppa il mio cuore mesto,
il mio cuore catramato di fresco.
Nonneschi e un po‟ greci l‟hanno viziato
i loro tiri invero del cazzo.
Che cinema qui in galleria
tra atti nonneschi e un po‟ greci!
Prendete il mio cuore, ondate di Tutto-passa,
e slordatelo voi se potete.
Nonneschi e un po‟ greci l‟hanno viziato
i loro tiri invero del cazzo.
Quando il vento a poppa sarà calato,
che pesci pigliare, cuor mio rivoltato?
Sarà tutto un farsi vento dalla bocca
una volta calato il vento a poppa.
E con il cuore sceso così in basso
mi verrà un voltastomaco o un prolasso.
Quando il vento a poppa sarà calato,
che pesci pigliare, cuor mio rivoltato?

Crocevia (J.D. Morrison)
Vediamoci al cancello di casa dei tuoi.
Là ti dirò che cosa fare
Per sopravvivere.
La città di tuo padre, morta,
lasciala. Le pareti avvelenate,
le strade insanguinate, lasciale.
Dentro la foresta, subito.
È dolce.

V (J.D. Morrison)
Passa di corsa un angelo
portando la luce che attraversa.
La porta in fondo alla stanza.
Davanti a me un fantasma;
dietro, un‟ombra.
A ogni fermata, una Caduta.

Le soleil, Paris. Giardino magico estivo del Busnelli. Testo dell’intervento di Marco Cavalli (1 agosto 2009).
Buonasera a tutti e benvenuti.
Non tutte le sere capita di essere chiamati a presentare un concerto ispirato ad Arthur Rimbaud, nientemeno. Quando poi, come in questo caso, l‟ispirazione è duplice e un po‟ forsennata, e come se da solo Rimbaud non fosse già una folla gli si aggiunge Jim Morrison, allora l‟occasione diventa di quelle eccezionali. Speriamo anche che rimanga unica – e l‟unica. Gli ibridi sono sensazionali sulle prime e subito dopo scontati. Questa creatura ancipite ha un che di particolarmente sgraziato. Metà poeta a metà e metà pop star intimamente scissa. Non si capisce bene chi dei due è l‟illustrazione e chi la didascalia che la spiega. Sospetto che neanche gli Eroma qui abbiamo le idee chiare in proposito. Così tocca a me portare chiarezza in una materia che non sopporta illuminazioni a giorno.
Se sapeste quanti travet della trasgressione a tavolino, quanti episcopali sedentari in pantofole, quanti nipotini di Morrison si sono identificati in Rimbaud dall‟anno della sua morte fino a oggi, vi verrebbe come me la voglia di prendere l‟edizione delle sue opere complete (in originale!) e di farne un uso improprio su tutti costoro messi in fila ciascuno ad aspettare il suo turno di sevizie. Uno spettacolo da costruircene sopra uno apposito da portare in giro per il mondo, altro che concerto da strapazzo… Peccato che non si possa: godrebbero troppo, i dannati che si credono belli e maudits! Ah, il maledettismo con il ventisette del mese assicurato! Fanno queste – come chiamarle? – sedute spiritiche con Rimbaud – che già credeva poco nell‟al di qua, figuriamoci nell‟al di là… Lo chiamano, lo evocano, gli fanno pronunciare qualche sciocchezza, due o tre frasette blasfeme, qualche slogan a effetto. Poi chiudono la session di trasgressione, ripongono le chitarre nelle custodie e via a farsi una birretta e una piadina… Non sta bene, non è bello. E oltretutto porta sfortuna. Non si scherza impunemente con la disubbidienza. Gliel‟ho detto agli Eroma: lasciatelo perdere, Rimbaud. Ti prende la mano e non sai dove può portarti. Finisce che ti comprometti agli occhi della suocera e del caporeparto, come minimo. Spiegaglielo tu, dopo, che Il cuore rivoltato non è che la parodia di una canzone medievale. La ascolterete stasera, Il cuore rivoltato. È il racconto di uno stupro di gruppo subito da Rimbaud a Parigi, in una caserma, durante l‟anno della Comune, 1871. Lo mettono con le mani al muro, gli calano i pantaloni e lo farciscono come un tacchino natalizio. Un giro di culo a tutta la soldataglia – sapete com‟è nelle caserme, con i chiari di luna che ci sono… Lo saprete voi, io non ne ho idea, riporto solo delle voci…. Il piccolo Rimbaud (aveva 17 anni) preme la fronte contro il muro e nell‟alzare la testa (perché qualche buontempone lo incula senza togliersi di bocca la sigaretta accesa, e la cenere cade sulle chiappe scoperte…) – nell‟alzare la testa gli occhi del piccolo Arthur cadono sullo stemma della città di Parigi. Non so se lo conoscete, lo stemma di Parigi. È una nave con una epigrafe latina, “Fluctuat nec mergitur”, cioè “Galleggia e non affonda”. E Arthur decide seduta stante – è proprio il caso di dirlo – di farne la sua araldica personale. Resisterà anche a questo, non ne farà una tragedia, non colerà a picco. Il brutto di una violenza è che non fa poi così tanto male, se ti ci abitui. Tutto a non farne uno scandalo, a sopportarla. Galleggiare significa resistere, e resistere è uguale a sopportare. Se gridi, se ammetti che ti fa male, ecciti ancora di più il tuo carnefice. Se godi, lo derubi del suo godimento. E così Arthur finge che l‟improbabile divertimento gli piaccia. E, sorpresa sorpresa – scopre che un po‟ gli piace per davvero. Capita l‟antifona? Se ti si rivolta lo stomaco e fai finta di niente, alla lunga ti si ribalta il cuore e perdi qualunque nozione di ciò che ti piace e di ciò che ti spiace. La rivolta non è mica quella cosa lì alla Che
Guevara che vi hanno insegnato a immaginare, bella epica e gloriosa. È un‟autoviolenza dentro una violenza di gruppo e porta dritti alla dissociazione, alla perdita della personalità.
Avete fatto caso che il cuore, rovesciato, ha la forma di un… Insomma, aprite gli occhi, gente.
Non so voi, ma io personalmente provo un‟antipatia istintiva e irreversibile per le persone che non la pensano come me. Mi sembra che perdano un‟opportunità di avere ragione con poca spesa, nel senso che la ragione ce la metto io e loro non devono fare altro che concordare.
Non sarebbero in grado di riconoscere un Rimbaud più di quanto i Romani furono in grado di individuare Cristo!

MARCO CAVALLI
Di Rimbaud, di Morrison e di cattiva letteratura
Martedì 01 Settembre 2009
Il giornale di Vicenza
Marco Cavalli: critico letterario, traduttore e consulente editoriale vicentino. Le sue efficaci reinterpretazioni di alcune poesie di Arthur Rimbaud e Jim Morrison sono al centro della preziosa operazione multimediale intitolata “Le soleil/Paris” che vede coinvolta la band degli Eroma, i videoartist Manuel Baldini e Fabio Ferrando e il performer Gianfranco Trappolin (tutti personaggi precedentemente investigati su Tam Tam). Con Marco Cavalli abbiamo avuto il piacere di addentrarci nei complessi meandri del fare letteratura, durante un lungo colloquio qui sintetizzato.
A cosa si interesserebbe oggi Rimbaud?
Alla Borsa. Sarebbe azionista di maggioranza di qualche multinazionale, viaggerebbe in business class, soggiornerebbe in alberghi di lusso e leggerebbe solo estratti conto. Il culto idolatrico della sua personalità lo farebbe sorridere ma non al punto da disdegnarne le royalties. Più che di passare alla storia, si preoccuperebbe di passare alla cassa. Me lo immagino come un Michael Jackson con il pallino della pigmentazione al contrario, cioè con la fisima di scurirsi. D‟altra parte, prima di morire stava facendo prove tecniche di colonialismo in Abissinia.
La letteratura lo aveva deluso. Scrivere poesia era stata una maniera di agire, un‟azione nel mondo che doveva cambiare faccia al mondo a costo, al limite, di cambiargli i connotati. Poi Rimbaud si accorge che l‟azione di scrivere è inefficace. La contestazione, quando si protrae indiscriminatamente, si trasforma in una intimazione a ubbidire. A quel punto Rimbaud pianta in asso la poesia. Se la poesia non sa fare di meglio, se si mostra incapace di superare se stessa, allora tanto peggio per la poesia. Trovando il coraggio, o l‟incoscienza, di andare oltre il significato che le sue stesse parole hanno per lui, Rimbaud incontra il loro significato prossimo, l‟unico che alla lunga incida. Per Rimbaud il poeta doveva essere il realista delle cose di là da venire, il Prometeo che ruba alla realtà il suo fuoco. Ma non il fuoco che consuma il presente: il fuoco dietro l‟angolo, gli incendi che riserva il futuro.
C’è chi giudica Jim Morrison un poeta assolutamente sopravvalutato…
Il lavoro per “Le soleil/Paris” contiene traduzioni idiosincratiche, pensate per essere portate in palcoscenico e dette al pubblico.
A queste condizioni i suoi testi riservano delle sorprese.
A lasciarli sulla carta denunciano la loro natura di esperimenti al buio e scoprono i limiti dell‟inventività morrisoniana; si vede subito che sono quasi tutte prove di voce, stesure in attesa di mani di vernice successive.
Presi di per se stessi sono afoni, farraginosi, aggrovigliati. Chiedono un corpo che li dipani, una voce che li sgranchisca, li faccia risuonare.
Peccato che la conoscenza approfondita di Morrison sia inficiata dalla religione che porta il suo nome: fosse meno sovradimensionato, sia come poeta che come cantante pop, oggi godrebbe di un credito non circoscritto al circuito della cultura underground.

Le Soleil, Paris (programma di sala)

1) JD (Parigi, giugno 1971). Impressioni di superficie. Morrison cammina lungo la Senna, verso casa; abbandonate le vesti della finzione, nuovamente James Douglas. Non un pensiero, non una parola, quasi come uno zingaro felice. Ma qualcosa si è perso. Nel sacchetto di nylon taccuini a spirale, qualche biro, foto, un accendino bic, un pacchetto di malboro, una bobina. Frammenti sparpagliati ed appesi al muro.

2) Altra parte (Needles, in direzione New Mexico, gennaio 1966). L’esperienza dello spazio desertico, del labirinto chimico. Morrison abbatte quelle che credeva le porte della percezione. Il vecchio Jim Douglas sta per morire: entra in scena il Re lucertola, la rockstar Jim Morrison. Le ultime impressioni del vecchio JD, perso tra la gente di una qualche località sconosciuta, si possono tutt’al più conservare in un qualche angolo oscuro della memoria. I sogni poetici non sono ancora minestra riscaldata.

3) Sogno artificiale (Los Angeles, 1968). This is the game called “go insane”. Il sogno artificiale non si distingue da quello naturale. La vita di Morrison rischia di divenire farsa grottesca ad uso e consumo mediatico, serpente che inghiotte tutto ciò che rimane del vecchio Jim Douglas. Deserto pietroso, vecchia casa in rovina, mare divenuto superficie nera e impenetrabile. Solo qualche squarcio di colore incontrollato ad indicare una via d’uscita.

Estratto video a cura di Fabio Ferrando e Manuel Baldini

4) Doppia percezione (Venice Beach, marzo 1971). Da una parte il Re lucertola, istigatore di folle inconsapevoli, le grandi visioni; dall’altra un uomo che va arrendendosi all’evidenza dei proprio limiti, come in una navigazione imprevista e piacevole, meno segnata dalla destinazione. Gli occhi non vogliono più vedere ciò che il mondo del rock’n’roll gli ripropone. La destinazione immaginata, e annunciata da Pam (la donna che gli rimane a fianco sino alla fine), è Parigi. Il viaggio sta per finire laddove iniziò quello del giovane Rimbaud, in fuga dai salotti parigini.

5) Il fuoco (Parigi, giugno 1971). Morrison percorre ripetutamente corridoi e stanze del proprio appartamento parigino, fiume di nervi che si fa strada senza mai trovare sbocco. Mancano spazi fisici e psichici, l’energia (già dissipata) per reagire all’inquietudine. Ciò che in passato era pensiero e azione in uno, dissacrazione frenetica, ora è fuoco che cova sotto le ceneri di una tranquillità a lungo cercata, ma mai del tutto amata.

6) Lontano da Verlaine (Marsiglia, 1875). Rimbaud, dopo la separazione da Verlaine (che due anni prima gli aveva sparato contro un colpo di pistola, ferendolo alla mano) e dalla poesia, viaggia: Londra, Stoccarda, Parigi, Milano, Marsiglia (dove si arruola nell’esercito). Le destinazioni, via via, sono molte, ma lo scopo oscuro e sfocato. Una nave prende il largo. Affiorano ricordi di momenti osceni.

7) Studio e famiglia (Charleville, 1875). Il giovane Arthur trascorre l’inverno in famiglia, a Charleville, e studia lingue moderne e arabo. Parentesi un poco noiosa ma piacevole: un lento indugiare tra i caldi colori domestici, prima di ripartire ancora.

8) Malattia (Marsiglia, 1879). Dopo essersi arruolato nella legione straniera olandese, aver viaggiato per l’Europa, attraversato il San Gottardo a piedi, ed esser stato assunto come capocantiere a Cipro, Rimbaud si ammala di tifo ed è costretto a ritornare a casa dove, stavolta, sopporta a malapena la sua condizione di immobilità forzata. La città di tuo padre, morta, lasciala. Le pareti avvelenate, le strade insanguinate, lasciale.

Estratto video a cura di Fabio Ferrando e Manuel Baldini

9) Cavalcata nel deserto (Harar, 1880). Yemen, Eritrea, Gibuti, Etiopia. Rimbaud lavora a Cipro in un cantiere inglese, ma si dimette dopo poco; inizia a commerciare pellame e caffé per una ditta francese che lo invia ad Harar; compie una lunga cavalcata solitaria di venti giorni, nel deserto somalo, per giungere a destinazione il 13 dicembre del 1880. “M’annoio molto, sempre; non ho mai conosciuto nessuno che si annoiasse così tanto come me”. Rimbaud affronta ogni sorta di traversata oceanica e desertica, tra schizzi di fango, tempeste di sabbia, gelidi acquazzoni, insopportabili escursioni termiche.

10) Isabelle (Marsiglia, 1891). Rimbaud compie spedizioni archeologiche e si dedica al traffico d’armi. Inizia anche ad avvertire il dolore al ginocchio. Cupo rumore dal sottosuolo. Affetto da carcinoma maligno liquida i suoi affari e torna in Europa. Il 9 luglio del 1891 è a Marsiglia, all’ospedale della Conception, ove subisce l’amputazione della gamba destra. Pare che la sorte si prenda una crudele e beffarda rivincita si di lui, inchiodandolo ad un letto di ospedale. Rimbaud tenta il ritorno a casa, ma il dolore è forte ed il male non più curabile. Ritorna dunque all’ospedale di Marsiglia, dove viene riospedalizzato. Potenti immagini scorrono davanti ai suoi occhi, ma tutto è in via di dissoluzione, liquefatto. La sorella Isabelle lo accompagna, assistendolo sino alla morte, sopraggiunta il 10 novembre del 1891.

Le soleil, Paris immagine cover


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