Bepi De Marzi parla dei Nova sui prati notturni

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Non li ho mai incontrati.

E non saprei dove cercarli, nelle campagne a nord di Vicenza dove dicono di stare abitualmente.

Sarà vero? Chissà! Officina? fonderia? capannone?

No, laboratorio no: oggi è tutto laboratorio, anche un partito politico di mantenuti dallo Stato.

Antro delle meraviglie, caverna delle fate e degli orchi.

Sotterraneo ovattato di un condominio giallo dove nessuno sa niente di niente.

Una donna e tre uomini. Non chiamiamoli ragazzi. Hanno l’età di mezzo. Nell’ipocrisia corrente si direbbe diversamente giovani. Chissà se fanno l’amore; chissà se fanno anche figli; chissà se si rassegnano ai lavori normali quando escono dalla fabbrica dei misteri.

Recitano, sospirano, distruggono e ricompongono; studiano, progettano, tramano armonie, improvvisano. E raccolgono ciò che fiorisce dai carboni delle casseforme: un fiume lucente di metallo fuso da offrire agli amici meravigliati, ai sospettosi increduli, ai distratti dalle ovvietà quotidiane. Offrono ciò che s’invola dalle labbra maliziose di sincerità e di purezza. Ci donano un frammentare provocatorio di suoni e di parole da decifrare tra i lampi e i clangori delle sfinitezze poetiche mai concluse.

Bepi De Marzi, primavera 2012

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